29 ottobre 2008

Il gioco dei simulacri

Il bambino vive solo con i suoi spettri.
Il bambino continua a pensare alla sua bambina: ogni tanto cerca di rivedersela mentalmente più oggettivamente nel suo aspetto e pensa che magari non è nemmeno un granché, però per lui è sempre tanto bella allo stesso, e questo dovrebbe significare che lui le vuole bene veramente, o comunque il bambino non riesce a smettere di pensarci.
Il bambino si è costruito un proprio mondo fantastico come popolato da spettri: c’è una specie di simulacro della bambina così come lui sogna che sia e che non cambierà mai, e non così come lei è veramente; in questo mondo alla bambina piacerebbero gli stessi giochi che piaciono a lui e starebbero insieme… anzi, il bambino si è reso conto che anche per se stesso ha elaborato un’immagine un po´ diversa, migliore della realtà, per poter piacere a lei.

Nel suo mondo parallelo, il bambino e la bambina giocano insieme e sono felici: è una fantasia, ma il bambino ci si ritrova a suo agio e lì può fuggire da tutto, o forse da lì non può o non vuole più fuggire.
Il bambino non ricorda più quando ha cominciato a costruire questo mondo fantastico, ma era bello e non pensava di fare niente di male: voleva che continuasse così per sempre, anche se in cuor suo lo sapeva che prima o poi avrebbe dovuto distaccarsi, anche se ogni tanto temeva che il suo gioco venisse scoperto dalla bambina (o da qualcun altro che glielo avrebbe detto) e così il sogno si sarebbe infranto, rovinato.

Nel mondo reale, il bambino e la bambina non erano così vicini come lui avrebbe voluto, anche se ogni tanto la bambina sembrava dimostrare di avere piacere a giocare un po´ con lui, o magari gli diceva qualcosa che gli faceva pensare che forse non era così lontana da come lui la sognava; ma era solo il bambino che distorceva le parole e le voleva interpretare secondo i suoi desideri, perché in fondo che cosa avevano in comune lui e la bambina?
Ma ormai per il bambino è così difficile mantenere distinti il mondo reale e il mondo dei loro simulacri.

La bambina non avrebbe mai seguito il bambino a giocare nel suo mondo dei sogni, e allora il bambino ci si è rifugiato da solo, dove pensava di poter essere felice e al sicuro dalle delusioni: continua a saltare dal mondo reale al mondo dei suoi spettri e viceversa, in continuazione, perdendo sempre di più i fili dei contatti; e, ogni volta che deve tornare nel mondo vero, si sente sempre più solo perché non può più coltivare la segreta e vana speranza che un giorno forse i due mondi, quello reale e quello immaginario, si fonderanno e non ci sarà più bisogno dei simulacri. Questo sì che il bambino non lo aveva previsto, anche se avrebbe dovuto.

Ora, ogni tanto, il caso fa riaprire gli occhi al bambino, e, guardando dalla finestra della sua cameretta, gli sembra quasi di poterla vedere la bambina, laggiù, lontana, che fa altri giochi con altri bambini e si è dimenticata di lui. Naturalmente la bambina del mondo reale è diversa dalla costruzione della fantasia del bambino, forse è cambiata col tempo; ma il tempo è una scusa, perché la bambina è sempre stata distinta dal suo simulacro.
Il bambino si ripromette di non richiudere più gli occhi, di non riaprire mai più quel cassetto di sogni, ma poi ci ricasca sempre, non può più farne a meno.

Il bambino vorrebbe almeno augurare alla sua bambina di essere felice nel suo mondo reale senza di lui, ma non è più sicuro di essere un bambino buono e questo lo sconvolge: lui ormai non sarà mai più felice né nel mondo vero né nel suo mondo di spettri perché sono entrambi in rovina.
Il bambino avrebbe voluto poter cambiare, poter imparare a fare i giochi che piacerebbero alla bambina, e lo avrebbe fatto per lei.
Ma i bambini possono cambiare crescendo; i grandi invece…

Dario Scoppelletti

10 settembre 2008

La volpe e l’uva

1. La passione

Alla Volpe Rosa piaceva l’uva.
Per tutte le lune dell’anno la Volpe Rosa aspettava la stagione giusta, ed allora scendeva a valle tutti i giorni alla grande vigna che si estendeva alle pendici della montagna; con dei gran balzi raggiungeva i grappoli che pendevano dagli alti filari e con un morso al volo strappava alcuni acini: erano buoni, succosi, freschi, dolci.

La vecchia Volpe Grigia criticava la Volpe Rosa: «L’uva è buona ma non ha sostanza: non riempie lo stomaco a lungo e bisogna mangiarne tutti i giorni; qualche piccolo roditore invece sazia anche per alcuni giorni fino a che la caccia ha di nuovo successo».
«Certo», rispondeva la Volpe Rosa, «faticosi cerche ed appostamenti di ore per stanare un’arvicola; e dopo che finalmente sei riuscito a mettere qualcosa sotto i denti, come premio, puoi iniziare tutto da capo; e più passano i giorni senza che riesci a catturare nient’altro e più hai di nuovo fame, e più senti lo stomaco vuoto e più sei costretto a continuare a cacciare. L’uva almeno è un’alternativa facile: magari fosse disponibile per tutto l’anno!».

La Volpe Grigia era un esemplare vecchio e ormai spelacchiato, rispettato da tutti per la sua grande saggezza; ma era anche ottusamente ancorato ai vecchi modi di vivere, incapace di cogliere le opportunità di nuovi esperimenti: secondo lui, ciò che funzionava da generazioni di volpi avrebbe funzionato per sempre, e sacrifici e rinunce facevano parte della vita anziché incentivare a trovare soluzioni alternative.
La Volpe Rosa era invece convinto che tutte le tecniche di caccia e di sopravvivenza che le volpi conoscevano dovevano per forza essere state frutto degli esperimenti delle volpi ancestrali nel tentativo di rendere la vita sempre più facile, anche rischiando dei fallimenti. Se le antiche volpi l’avessero pensata come la Volpe Grigia, probabilmente le volpi si sarebbero estinte già da secoli, al primo inverno più rigido del solito.
«Strano», si disse una volta la Volpe Rosa con malizia, «eppure la Volpe Grigia è così vecchio che, almeno quand’era un cucciolo, deve averli conosciuti i nostri antenati!».

La Volpe Rosa continuava così a scendere alla vigna per farsi delle scorpacciate d’uva prima che gli esseri umani la raccogliessero ponendo fine a quella stagione di abbondanza.

La Volpe Bruna era famoso per il suo coraggio, la sua forza e la sua abilità di cacciatore; corrispondenva esattamente all’ideale e allo stile di vita che tutte le volpi ritenevano corretto, e anche lui non era d’accordo con la passione della Volpe Rosa per l’uva: «L’uva è buona, ma è pericoloso avvicinarsi così tanto agli esseri umani: prima o poi ti scopriranno e, se sei fortunato, ti cacceranno, altrimenti ti uccideranno; se scoprono che è una volpe a rubare tutta quell’uva, piazzeranno sicuramente delle tagliole».
«Anche andare a caccia è pericoloso, tutto è pericoloso», rispondeva la Volpe Rosa, «Tra l’altro, nella stessa stagione dell’uva, gli esseri umani salgono sulla montagna con i loro fucili per cacciare i fagiani, e prima o poi capiterà che anche uno di voi che resta qui a cibarsi di topi si becca qualche pallino di piombo anche solo per sbaglio. Se a me piace di più l’uva che la selvaggina, è naturale che io preferisca rischiare alla vigna piuttosto che qui nei boschi».

Passarono le lune e le stagioni e la Volpe Rosa continuava a vivere serenamente come voleva: alla fine di ogni estate mangiava quasi solo uva; durante il resto dell’anno invece si adattava a cacciare arvicole, ricci, pernici; in primavera poteva anche rubare delle uova.
La Volpe Rosa in realtà non diventò mai un cacciatore veramente bravo, tanto meno al livello della Volpe Bruna; ad esempio, solo raramente riusciva a catturare qualche preda più grossa come una lepre, ma non gli interessava: «È giusto che ci sia differenza tra quando ci si procura il cibo per sopravvivere e quando invece si mangia qualcosa che veramente ti da piacere», si diceva la Volpe Rosa, «e a me interessa soprattutto la seconda parte; ad ogni modo non mi manca nulla».

2. L’isolamento

La Volpe Grigia decise che le volpi dovevano trasferirsi più in alto sulla montagna.
«Dobbiamo allontanarci dagli esseri umani», spiegò, «Noi volpi prendiamo solo ciò che ci serve veramente dalla natura, lasciandola rigenerare in modo che i nostri cuccioli la ritrovino così come l’abbiamo ereditata noi e possano perpetuare la specie. Gli umani invece non risparmiano nulla e vivono nell’abbondanza depauperando la natura: quando si renderanno conto che così lasceranno solo uno sterile deserto ai loro cuccioli sarà troppo tardi, ma noi volpi dovremmo essere già lontani per continuare a vivere come abbiamo sempre fatto senza subire le conseguenze della loro avidità».
La Volpe Rosa la vedeva in modo diverso: «Certo, sopravvivere di caccia e tra una caccia e l’altra soffrire la fame, in modo che anche i nostri cuccioli possano sopravvivere di caccia e tra una caccia e l’altra soffrire la fame, in modo che anche i loro cuccioli possano sopravvivere di caccia e tra una caccia e l’altra soffrire la fame, e così via per tutte le stagioni fino alla fine dei tempi!
Gli esseri umani forse esagerano dalla parte opposta, ma almeno loro cercano di vivere bene ogni giorno e allo stesso tempo cercano di lasciare ai loro cuccioli, generazione dopo generazione, più di quanto abbiano avuto loro e soprattutto la volontà di cercare sempre di migliorare la propria vita. Io credo che noi volpi potremmo imparare qualcosa dagli esseri umani».
Ma come al solito nessuno dava retta alla Volpe Rosa, e anzi molte volpi si limitarono a pensare che la Volpe Rosa non volesse semplicemente allontanarsi dalle pendici della montagna dove si estendeva la vigna, anche se non glielo dissero apertamente.

Così la maggior parte delle volpi salì più in alto sulla montagna, anche se là gli inverni erano più rigidi e le prede di grossa taglia più scarse; la Volpe Rosa rimase invece nella fascia più bassa praticamente da solo con le sue idee così diverse.
«Io resterò qui e trarrò tutti i benefici che potrò dalla vicinanza con gli esseri umani», si disse, «e ad ogni fine estate potrò farmi delle gran scorpacciate d’uva. Non ho cuccioli a cui lasciare l’educazione al sacrificio e alla rinuncia, e dunque non ho motivi per limitarmi in ciò che mi da piacere».

I primi tempi, le altre volpi ogni tanto scendevano a valle perché non disdegnavano certo di razziare i pollai degli esseri umani; così, quando la Volpe Rosa le incrociava, potevano scambiare due parole.
Queste occasioni diventarono però sempre più rade perché la pista dalla cima della montagna fino ai pollai giù a valle era lunga e faticosa, quindi le volpi, trasferendosi nelle zone elevate, avevano accettato di concedersi il piacere dei polli ruspanti solo un paio di volte per stagione: contenti loro!

La Volpe Rosa scoprì un’altra vigna più piccola e nascosta in una stretta valle tra due contrafforti della montagna, e lì l’uva maturava più tardi e gli acini erano più piccoli ed avevano un sapore più deciso; il gusto era diverso, buono.
Sicuramente anche perché la Volpe Rosa spostava il suo territorio da una vigna all’altra seguendo le stagioni della maturazione, l’occasione di incontrare qualcuna delle altre volpi diventò ancora più rara e finì che si persero completamente di vista, così com’è normale quando si ha così poco in comune e non si ha più occasione di frequentarsi vivendo vicini.

Di tanto in tanto la Volpe Rosa ripensava ancora alla piccola Volpina Fulva che aveva tanto desiderato, ma anche lei si era trasferita più in alto sulla montagna. La Volpina Fulva amava correre attraverso i boschi, su e giù per i pendii scoscesi, esplorando tutte le piste e scoprendone di nuove, ed amava la caccia, e ovviamente amava che qualcuno cacciasse per lei.
«Probabilmente finirà che si accoppia con la Volpe Bruna», pensò la Volpe Rosa con una punta di gelosia, «Staranno bene insieme perché la Volpe Bruna è un valido cacciatore e non farà mancare nulla a lei e ai loro cuccioli, mentre io potrei offrirle solo dell’uva».
Un tempo, la Volpe Rosa si era baloccato un po´ all’idea di mollare tutto e ricongiungersi con le altre volpi in cima alla montagna per poter tentare di nuovo di corteggiare la piccola Volpina Fulva; ma la sua forza di volontà era troppo debole, e poi ormai erano passate troppe stagioni e la Volpina Fulva, come le altre volpi, non aveva alcun motivo per ricordarsi di lui: era meglio pensare questo che pensare di non aver mai avuto alcuna possibilità.

3. L’incidente

Un giorno la Volpe Rosa spiccò un salto verso uno dei grappoli più alti, ma riatterrò in modo scomposto e… crac… si ruppe una zampa; una lancia di dolore gli percorse il corpo dalla zampa e lungo tutta la spina dorsale fino alla base del cranio, un dolore così acuto che quasi svenne.
La Volpe Rosa impiegò alcuni minuti prima di riuscire a riprendere a respirare ed ancora più tempo per rallentare il battito cardiaco ad un livello più sopportabile. Infine la Volpe Rosa riuscì a rialzarsi con un enorme sforzo e cominciò a zoppicare penosamente verso la sua tana tenendo sollevata la zampa rotta, ma la schiena… «Maledizione! Deve essere successo qualcosa anche alla schiena!»… appena sopra il bacino c’erano un dolore pulsante ed una sensazione di gonfio che lo costringeva a concentrarsi sulla limitazione dei movimenti.

Nei giorni successivi il dolore non diminuì; la frattura alla zampa cominciò a ricomporsi ma non nella posizione giusta perché la Volpe Rosa non riusciva a mantenere la postura corretta a causa del dolore alla schiena; in questo modo non avrebbe mai potuto riconquistare l’agilità di un tempo.
La Volpe Rosa temeva di non farcela, ma non aveva scelta e cominciò a risalire la pista verso la cima della montagna per chiedere aiuto alle altre volpi: la vecchia Volpe Grigia, con la sua antica saggezza, forse avrebbe potuto aiutarlo.
Quando giunse infine nelle zone elevate, la Volpe Rosa era stremato dal dolore e dalla fame, poiché procurarsi il cibo era diventato difficile, ma fu tutto inutile.
«Non posso aiutarti: il dolore diminuirà col tempo, forse», gli rispose la Volpe Grigia, «Probabilmente mangiare più uva che selvaggina ti ha indebolito la muscolatura e le ossa; avresti dovuto concederti l’uva solo qualche volta come sfizio, ma ormai non riuscirai più a saltare in alto per raccoglierla. Dovresti ritenerti fortunato a non essere incappato in una tagliola (come la Volpe Bruna ti aveva avvertito) e ad essere ancora vivo».
La Volpe Rosa ripetè alla Volpe Grigia quanto gli era accaduto, visto che le tagliole non c’entravano proprio nulla: aveva avuto un incidente, ora stava male e la priorità era che doveva essere curato. Ma tanto la Volpe Grigia era più interessato a criticare che ad aiutare.

La Volpe Rosa tentò allora con l’ingegnosa Volpe Gialla.
La Volpe Gialla conosceva più cose sugli esseri umani di tutte le altre volpi: un tempo si spingeva spesso fino alle loro città e frugava tra i loro rifiuti (tra i quali si poteva imparare molto sugli uomini) e ogni volta tornava con qualche nuovo aggeggio ancora utile o divertente che gli umani avevano scartato. Forse la Volpe Gialla aveva imparato qualcosa sui rimedi degli esseri umani contro i dolori, forse poteva procurare alla Volpe Rosa qualche unguento.
«Non ho mai trovato nulla del genere», rispose invece la Volpe Gialla, «Non credo che esista un unguento miracoloso; non credo che nemmeno gli esseri umani abbiano inventato dei rimedi per un danno complesso come quello che sembri aver subito tu».
La Volpe Rosa cercò di insistere disperatamente perché gli sembrava che fosse stato proprio la Volpe Gialla, molte lune prima, ad accennargli ad un medicamento che aveva trovato, un giorno, tra i rifiuti degli esseri umani. Non ne ricavò nulla: forse era passato troppo tempo e la Volpe Gialla immagazzinava nella sua memoria analitica solo le scoperte che riteneva utili alla sua razza scartando tutto il resto, ovvero ciò di cui aveva bisogno la Volpe Rosa.
Spazientito dalle insistenze della Volpe Rosa, la Volpe Gialla si offrì di steccargli la zampa rotta con due rami legati da fili d’erba intrecciati come si usava tra gli esseri umani; quando ebbe finito gli disse: «Questo dovrebbe aiutare la frattura a ricomporsi in modo migliore, ma solo se ti impegnerai di più a mantenere una postura corretta nonstante il dolore, altrimenti non servirà a nulla; in ogni caso la giuntura della zampa rimmarrà sempre debole e anche un minimo sforzo potrebbe romperla di nuovo.
Per la schiena invece non c’è nulla da fare e posso solo consigliarti di imparare a convivere con un po´ di dolore: se ci metti un po´ di buona volontà, riuscirai a non farci più troppo caso; anche ad altre volpi capitano degli incidenti e sopravvivono adattandosi».

La Volpe Rosa si era illuso che avrebbe trovato aiuto presso le altre volpi per guarire, doveva essere solo questione di tempo; ora la Volpe Rosa capì invece che la sua vita era terminata quel giorno dell’incidente: «No, la Volpe Grigia si sbaglia», pensò, «non sono fortunato ad essere ancora vivo: era meglio che una tagliola mi uccidesse sul colpo piuttosto che sopravvivere così».

4. L’abbandono

La Volpe Rosa strisciò di nuovo verso le pendici della montagna; tanto non poteva sperare nell’aiuto delle altre volpi ed era troppo malconcio per sopravvivere ai rigidi inverni delle zone elevate e cacciare le poche prede disponibili sui ripidi pendii.
Le altre volpi non capivano che, se la Volpe Rosa non era mai diventato un buon cacciatore quand’era giovane, non poteva riuscirci certamente ora con una zampa quasi inservibile e con la schiena che doleva in continuazione; non era in queste condizioni che gli si poteva chiedere di rinunciare anche al piacere dell’uva.
Quando la Volpe Rosa gli aveva detto che non intendeva accettare di vivere in quelle condizioni, la Volpe Grigia era sbottata: «E cosa dovrebbero dire allora le volpi polari, con tutti quei cuccioli che muoiono di fame e di freddo ad ogni inverno?»
«Certo», aveva ringhiato la Volpe Rosa, «Le volpi del polo nord sono così lontane che ci si può accontentare di avere compassione per loro senza comunque dar loro alcun aiuto concreto, ma per me che sono qui non c’è nulla! Allora cosa mi frega dei cuccioli delle volpi artiche: che muoiano tutti!»
La Volpe Rosa sapeva che la Volpe Grigia era ormai troppo vecchio per cacciare e che sicuramente la Volpe Bruna gli passava qualche preda, ma per la Volpe Rosa non ci sarebbe stata nessuna solidarietà.

La Volpe Rosa aveva guardato con tenerezza il cucciolo appena nato della Volpe Gialla, con gli occhi ancora chiusi, che tramestava le foglie sul terriccio con le zampette, sotto lo sguardo vigile del padre.
«No», aveva pensato, «Non è solo a causa della maggiore distanza dalla cima della montagna che la Volpe Gialla non compie più le sue esplorazioni nelle città degli esseri umani, o che le volpi non scendono quasi più a razziare i pollai. Questa predisposizione all’adattamento e ai sacrifici si è così radicata attraverso le generazioni che non se ne rendono nemmeno più conto e non possono concepire (e nemmeno ci provano) che invece io non ho ormai alcuna prospettiva valida per adeguarmi a sofferenze e privazioni.
Quella che loro chiamano, deridendomi, una “cura miracolosa” non esiste semplicemente perché non viene ricercata. Io chiedo solo la possibilità di tornare alla mia vita come prima dell’incidente e poi morire in pace anche tra pochissime stagioni, o anche subito nel tentativo; ma questo diritto mi viene negato solo perché nessun’altro farebbe la mia stessa scelta di rischiare di morire piuttosto che rassegnarmi e adattarmi: io sono praticamente escluso dalla razza delle volpi».
Fu così che la Volpe Rosa decise di ridiscendere a valle, vicino alle vigne, anche se rischiava di morire dalla fatica durante il tragitto: la Volpe Rosa era convinto che sarebbe morto presto, a torto o a ragione non importa, e nel frattempo avrebbe sofferto ogni giorno.

La Volpe Rosa visse penosamente con l’unica compagnia della zoppia e del dolore alla schiena, poiché nessuno voleva curarlo veramente.
Tra le scarse capacità e le difficoltà di movimento, la caccia delle piccole prede alle quali la Volpe Rosa poteva ambire era sempre più faticosa e con scarsi risultati.
La Volpe Rosa non era più in grado di saltare abbastanza in alto per raggiungere i grappoli d’uva più buoni, ma ci provava allo stesso malgrado il dolore alla schiena, e finiva quasi sempre con l’accontentarsi dei grappoli meno maturi che si sviluppavano più in basso, oppure degli acini caduti a terra anche se erano quasi marci. Ovviamente non aveva più senso continuare ad esplorare le pendici della montagna alla ricerca di nuove vigne, e comunque la Volpe Rosa era troppo malconcio per farlo.

Talvolta la Volpe Rosa uggiolava dall’angoscia; oppure digrignava i denti dall’odio per quello che gli era stato tolto, per l’incomprensione da parte delle altri volpi, solo perché lui vedeva la vita in modo differente.
La Volpe Rosa era stato spezzato da una natura matrigna che tutti gli altri consideravano invece un’amorevole madre da rispettare.

«È meglio che sto da solo», fu costretto a pensare la Volpe Rosa, «anzi forse è proprio in funzione del destino che mi attendeva che sono rimasto da solo. Se mi fossi accoppiato avrei dovuto fare come gli altri: per il bene della mia famiglia, avrei dovuto adattarmi a convivere con le mie tribolazioni fino anche ad autoconvincermi di poter essere felice allo stesso; ma forse non ne sarei stato capace perché non è nella mia natura. Almeno così non faccio del male a nessuno, tanto meno alla piccola Volpina Fulva».

5. Epilogo

La Volpe Rosa morì: non importa quando e come, non importa se dopo poco tempo (com’era convinto lui) oppure dopo una sofferenza prolungata, perché la sua vita era comunque finita quel maledetto giorno dell’incidente.

Le volpi non usano lasciare per iscritto la storia dei loro simili, così come fanno invece gli esseri umani, e comunque alle altre volpi non importava molto della Volpe Rosa.
Tra l’altro, le volpi si sono ormai quasi estinte sotto l’avanzata dell’umanità e le poche rimaste conducono delle vite misere e striscianti nascoste tra i cespugli: hanno capito troppo tardi che oltre la cima della montagna c’era solo il cielo e là non potevano scappare; hanno capito troppo tardi che la preservazione delle risorse serve solo a rallentarne l’esaurimento ma, da sola, limita il benessere presente senza garantire quello futuro.

La storia della vita della Volpe Rosa si disperse nell’aere, in brani sfilacciati e scompagnati, qualcosa che fruscia con il vento tra le foglie degli alberi, qualcosa che sfuma tra le gocce di rugiada che evaporano dall’erba al mattino, qualcosa che si perde nel buio delle crepe nella terra arsa dal sole…

Gli uomini colsero per caso qualche sussurro superstite sparso qua e là, qualche granello di polvere nel vento, e misero assieme solo poche parole ormai lontane che distorsero e sfruttarono, così com’è nella loro natura, per esprimere un loro modo di pensare: in questo caso l’ingenerosa derisione per l’orgoglio di chi non vuole ammettere una sconfitta.
Gli uomini raccontano così solo di una volpe affamata che voleva raccogliere dell’uva da un alto pergolato ma che, pur saltando con tutte le sue forze, non riuscì a raggiungerla e allora se ne andò dicendo che tanto era ancora troppo acerba.
Questo è tutto ciò che rimane oggi della vita della Volpe Rosa.

Dario Scoppelletti

11 febbraio 2008

L’automobile

L’automobile si sente vecchia e stanca; adesso ci voleva che si mettesse anche a prudere la ruggine sui bordi del cofano!
Bisognerebbe non dover più viaggiare e stare sempre al riparo nel box per essere sicura di non creare problemi al suo guidatore; ma come si fa? Il guidatore deve andare a lavorare tutti i giorni.

Per fortuna che il guidatore lavora vicino a casa e quindi i viaggi sono brevi e non ci vuole molto tempo per arrivare.
Ogni tanto però l’automobile sente che il motore perde potenza a tratti e che la marmitta sbuffa un po´; così, se c’è un po´ più di traffico del solito e magari si devono fermare qualche momento in coda, all’automobile quei momenti sembrano interminabili perché teme di spegnersi e di mollare il suo guidatore lì per strada.
Se il guidatore si trasferisse in un altro ufficio, magari in centro, e i viaggi diventassero più lunghi e difficili sia per l’orario che per il traffico, l’automobile non crede proprio che ce la farebbe.

Poi, quando alla sera finalmente tornano a casa, l’automobile tira un sospiro di sollievo perché anche questa volta è riuscita a riportare a casa il suo guidatore malgrado l’acqua avesse raggiunto una temperatura così alta da mettere a dura prova le guarnizioni ormai secche e screpolate.
Se anche l’indomani mattina l’automobile non riuscisse più a partire, sarebbe un problema, certo, ma almeno il guidatore non rimarrebbe a piedi lontano da casa.

L’automobile se lo sente che ormai finirà presto dallo sfasciacarrozze, e un po´ ha paura di rimanere da sola, al buio, al freddo, circondata da una montagna ostile di altri rottami come lei; in fondo però sarebbe anche una liberazione dalle responsabilità verso il suo guidatore, ed anche lui sarebbe più libero.
Ormai l’automobile avrebbe paura a portare il suo guidatore a cena con gli amici in qualche posto fuori mano: e se al ritorno lei va in panne in piena notte in mezzo ai campi? L’automobile non vuole che il suo guidatore sia costretto a rientrare a casa presto perché lei non è più affidabile; ormai escono quasi solo più per andare a lavorare o a fare la spesa.

Una domenica mattina il guidatore è andato a prendere l’automobile per portarla all’autolavaggio: il guidatore lo sa che all’automobile è sempre piaciuto tanto l’autolavaggio, con tutti quegli scrosci di acqua fresca e poi quei massaggi sulla carrozzeria con il panno.
Ormai però l’automobile ha paura di sentirsi male: potrebbe bagnarsi qualche cavetto dell’impianto elettrico con la guaina logorata.
L’automobile non voleva che il guidatore ci rimanesse male visto che pensava di fare qualcosa che le facesse piacere; così ha trattenuto il fiato per tutto il tempo sotto i rulli e ha cercato di tenere chiuse strette tutte le fessure sperando che il ciclo di lavaggio fosse breve e che lei riuscisse a resistere senza problemi.
Sulla breve strada del ritorno l’automobile stava per mettersi a piangere, ma per fortuna il guidatore ha azionato i tergicristalli per asciugare l’acqua residua sul parabrezza, così non si è accorto di nulla.

Ormai è da un po´ che va avanti così e l’automobile deve fare mente locale per ricordare quando è stata l’ultima volta che si è sentita in piena efficienza.
Ripensandoci, non è passato poi così tanto tempo, e questo rincuora un po´ l’automobile perché potrebbe significare che si può ancora risistemare; questa flebile traccia di ottimismo però svanisce la prima volta che il motore perde di nuovo un colpo.

L’automobile rientra nel box dondolando un po´ a causa dei cerchioni ovalizzati e della convergenza da regolare.
Si sente più stanca del solito. I fanali si spengono.

Dario Scoppelletti

18 gennaio 2008

Tempesta

Pesanti nuvoloni di fumo e di fuoco ribollono bassi nel cielo rotto dai fulmini; l’aria e la luce sono strozzate.
Nel buio innaturale il mare acido è nero come catrame; enormi onde dalle creste piumate di schiuma si gonfiano a raffiche che si abbattono sugli scogli con un rombo più assordante di quello dei tuoni.

Sugli scogli viscidi stanno aggrappate piccole iguana irte di aculei; si ancorano con gli artigli nelle fessurazioni delle rocce vulcaniche e respirano affannosamente sbuffando la salsedine dalle narici allargate.

Ora, qui, alla fine del mondo, sento anch’io l’amaro del sale nel naso e nella bocca.

Dario Scoppelletti