3 ottobre 2010

L’esule e il suo odio

L’esule cammina solo con il suo odio chiuso nella mano stretta a pugno; l’odio si autoalimenta, cresce, si agita e si divincola per liberarsi, ma l’esule non può lasciarlo andare, non ancora, non è ancora il momento.

L’esule tiene il pugno ben chiuso.
L’odio ringhia come una belva; cerca di trovare un punto debole nella sua prigione; cerca di insinuarsi tra un dito e l’altro e poi fare leva per allargare il varco, per esplodere fuori come una fontana di fuoco e dilagare libero e selvaggio.
L’esule lo sa: tutta l’umanità affogherà in un mare di fuoco e di sangue, anche se questo non lo ripagherà nemmeno per un solo istante delle sue sofferenze; non esiste una vendetta che sia sufficiente, ma lui si prenderà almeno quella che può senza pietà per nessuno così come nessuno ha comprensione per lui.
Ma l’esule non può ancora farlo; vuole aspettare che svanisca anche quell’ultimo alone di debole luce nel quale si sforza di mettere ancora i piedi l’uno davanti all’altro; dopo non gli resterà davvero alcun motivo per aspettare, alcun dovere, alcun senso di responsabilità.
Una fioca luce da riparare dal buio nero dell’odio appena oltre il suo cerchio tremolante; un odio da conservare nero come il buio impenetrabile da qualsiasi luce.

L’esule serra il pugno più forte fino a che le nocche delle dita si sbiancano.
Voler aspettare a causa di quella poca luce è debolezza da parte sua, l’esule lo sa, e per questo nessuno crederà al suo odio, sarà deriso.
Un giorno tutti loro vedranno, ma, non c’è da farsi illusioni, nemmeno allora nessuno capirà che cosa sarebbe stato giusto e che cosa è invece stata un’ingiustizia, ottusa ignoranza, e comunque allora sarebbe troppo tardi per tutti, per tutto.
Nel frattempo, l’esule non può far altro che camminare e tenere a bada il suo odio; deve impegnare tutte le sue energie residue per tenere il pugno chiuso contro le spinte del suo odio che lotta per liberarsi.
Una tigre rabbiosa si lancia contro le sbarre che la rinchiudono e le prende a testate schizzando bava e sangue; ma i bambini tra il pubblico del circo ridono e gli adulti sono distratti.

L’esule ha sempre la mano impegnata per tenere il suo odio chiuso nel pugno e non può usarla in altro modo: non può stringere la mano ad un amico; non può carezzare la guancia di un bambino; questo è ciò che gli è stato tolto.
Anche questi pensieri sono debolezza e l’esule si pente cento e mille volte per ogni attimo in cui tutto il suo essere non è concentrato sul suo odio, in cui si lascia sviare dalla strada su cui l’hanno lasciato e costretto ad andare avanti.
Certo, qualcuno gli ha detto di tornare indietro: ma quale assurdità!

L’esule stringe il pugno ancora più forte fino a che le unghie si infilano nel palmo.
Sotto quella pressione, l’odio imprigionato collassa su se stesso strato su strato, si comprime e si concentra, brucia e incendia sempre più denso, come una stella prima di esplodere in una supernova e diventare un buco nero che ingoierà un intero universo.
Ormai il palmo della mano dell’esule sarà nero, e non solo quello.

Non c’è dubbio che tutto quest’odio porterà l’esule all’inferno, ma forse lì, tra le fiamme infinite, le sue maledizioni acquisteranno abbastanza potere per colpire l’obiettivo, per fare ciò che è giusto.
Vendetta!

Dario Scoppelletti

18 marzo 2010

Il topo

Io sono solo un topo e rosicchio le croste di formaggio; viene considerato un cibo povero, ma a me piace così e c’è un buon rapporto tra qualità e fatica per procurarselo; non mi interessa altro fin quando vengo lasciato in pace.
È da un bel po´ di tempo che ormai vivo su questa nave; agli inizi ho esplorato tutti i suoi angoli, anche i più nascosti, e mi sono formato la mia mappa mentale; ma ormai mi sono scelto i miei nascondigli preferiti e passo il mio tempo nell’uno o nell’altro a seconda di quello che mi piace di più in quel periodo; ho scelto solo pochi posti dove mi piace stare, ma va bene così se non ho bisogno di cercarne altri.

Gli esseri umani che stanno sulla nave sanno della mia presenza, anzi dovrebbero saperlo anche se ho notato che gli umani tendono a dimenticare presto tutto quello con cui non hanno a che fare tutti i giorni: il loro comportamento è così incostante!
E poi i marinai sulla nave non sono sempre gli stessi: molti stanno qualche settimana o qualche mese e poi se ne vanno e ne vengono altri al loro posto. Quando la nave è in porto, non c’è nessun altro che vive costantemente qui a parte me, nemmeno il capitano; in un certo senso potrei dire di essere io il padrone di casa, ma io sono solo un topo e queste cose non hanno presa sulla mia coscienza.

Quando qualche umano mi scorge mentre sfreccio dietro un angolo buio, non reagisce sempre allo stesso modo: naturalmente la maggioranza si limita ad un’occhiata e poi se ne va dimenticandomi subito; ma ogni tanto capita che qualcuno, specialmente tra i più giovani, si sofferma un po´ di più e magari si china a scrutare intorno come se volesse entrare in contatto con me, come se volesse conoscermi, anche se io mi sono già nascosto al sicuro per osservarlo e nessuno può trovarmi.
Sono incuriosito da questi comportamenti, e ancora di più quando capita che qualcuno di questi umani sembra quasi prendermi in simpatia e così ogni tanto mi lascia un pezzetto di formaggio lì dove mi aveva visto.
Io approfitto di quel cibo gratis, ma faccio attenzione a non farmi mai più vedere: l’umano si sofferma sempre chinandosi per scrutare intorno nel cercarmi, sia quando lascia il formaggio, sia quando viene a controllare ed io l’ho già portato via e lui va via soddisfatto; io lo osservo sempre da lontano senza farmi vedere.
Una, due, tre volte… Poi tutto finisce perché l’umano lascia la nave o semplicemente si dimentica anche lui di me.

Ogni tanto, qualche altro umano che scopre la mia presenza, magari tra i più anziani, piazza una o due trappole, ma io non mi preoccupo: quelle trappole erano già obsolete quando io ero un topino; è curioso come gli umani sviluppino certe tecnologie in modo così veloce mentre per certe altre rimangano così indietro malgrado l’evidente inefficienza.
Ad ogni modo, anche le trappole spariscono presto; gli uomini sono così incostanti!

Non è la prima nave dove mi stabilisco e probabilmente non sarà l’ultima, anche se non mi piace spostarmi, cambiare ambiente, cambiare abitudini; ma io sono solo un topo e non sono legato a nessun luogo in particolare; semplicemente, se sarà necessario me ne andrò, altrimenti resterò qui.

Ogni tanto, mentre i marinai caricano le casse nella stiva passandosele l’un l’altro a catena, li sento chiaccherare, e qualche volta li sento dire come per scherzo «Eh, siamo tutti nella stessa barca…».
Anche nella nave dove stavo prima sentivo la stessa cosa; da altri discorsi sentiti in cambusa, credo di aver capito che quella frase si riferisca ad un modo di dire tra gli umani che significherebbe che quando si è tutti nella stessa situazione bisogna aiutarsi e restare uniti; i marinai ci scherzano su perché loro stanno davvero tutti insieme su una nave.
Ma io sono solo un topo e non sono d’accordo con questi modi di dire.

Nella nave dove stavo prima, una volta mi sembra di aver sentito un altro modo di dire sul fatto che «il capitano dovrebbe morire con la propria nave» o qualcosa del genere.
Beh, può darsi, ma io sono solo un topo e non sto nella stessa barca con nessuno e tanto meno ci tengo a fare il capitano.
Una notte di tempesta, è scoppiato un incendio su quella nave ed io sono scappato subito a nuoto prima che la nave affondasse, tanto sono leggero e galleggio facilmente anche con il mare agitato, anche se mi sono stancato molto.
Dei marinai qualcuno si sarà salvato e qualcuno sarà morto, non lo so. Quella terribile notte, una volta sano e salvo al porto, ho anche rivisto il capitano che usciva dalle acque arrampicandosi faticosamente su una banchina, malconcio ma vivo: evidentemente aveva abbandonato la nave prima di altri meno fortunati e meno pronti sia di me che di lui.

È stato dopo quella notte che ho cominciato ad esplorare le banchine del porto fin quando ho trovato un’altra nave dove posso stare bene fin quando non sarà di nuovo il momento di cambiare: questa dove vivo ora.

Io sono solo un topo, rosicchio le croste di formaggio e, se la nave sta per affondare, sono il primo a scappare senza voltarmi indietro e non ci si può aspettare altro da me.

Dario Scoppelletti